Cinema e violenza

a cura di Renata de Giorgio e Simone Mangoni

 
   

"OH, OOH! Ma questo è il grasso puzzoso Billy-Goat Billy Boy in carne e ossa. Come ti porti tu, gonfia palla di grasso puzzolente unto e bisunto!? Ne gradiresti una nella balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco..." (Arancia Meccanica)
Guerra, arti marziali, cappa e spada, western, noir, thriller, fantascienza, horror, pulp: sempre protagonista dei vari generi, persino ispiratrice di alcune delle pagine più comiche e grottesche della settima arte, la Violenza, quell'impulso che da sempre accompagna l'uomo, conducendolo alle peggiori (o più naturali) rappresentazioni di sé nel reale, ha anche naturalmente dominato quasi un secolo delle sue rappresentazioni cinematografiche.
C'è da rimanere confusi di fronte alla disputa tutta intellettuale tra i critici per i quali la messa in scena della violenza è meccanismo di superficie che destabilizza e desensibilizza lo spettatore, aumentandone l'aggressività, e quelli che invece ritengono le scene cruente e scioccanti pura fantasia, simulazione che diviene metafora drammatica, catarsi necessaria, estetica. Quale teoria prevalga non interessa, lo sguardo curioso di Eidos è quello dello spettatore avido d'emozioni, che subisce, s'immedesima, si ritrae, si vergogna oppure rimane con senso di colpa o colpevole eccitazione, profondamente affascinato. Forse è vero la violenza genera violenza, o forse realizza soltanto la perfetta supremazia postmoderna dell'immagine. Certo è che nel cinema la violenza nasce sempre dalla violenza: come infatti nei personaggi prende forma grazie alla potenziale violenza degli attori, nella rappresentazione s'alimenta dei fatti reali; lo spettatore infine elabora la violenza per il sentimento stesso che riconosce in sé, i suoi occhi pescano nell'inconscio o leggono nella memoria. Così si riempiono col significato di violenza quei vuoti segni di luce proiettati sullo schermo.



Heat Ledger nel suo ultimo personaggio: il folle Joker de Il cavaliere oscuro

Autori, attori e registi non sono che esseri umani e l'inevitabile violenza dei loro segni si confonde nelle opere coi significati: il linguaggio, il Cinema stesso diviene Violenza: musiche forti e pressanti, dettagli ripugnanti che insistono nella memoria, thrilling che opprime insistente e angoscia; inoltre finali sadici o anche semplicemente oscene messe in scena possono violentare lo spettatore pure in assenza di contenuti violenti. Quando il linguaggio è invece strumentale alla trama, allora troviamo schemi convenzionali di riproduzione della realtà, che seguono gli stereotipi di genere e mirano a naturalizzare il contenuto per somigliare al reale percepito dal senso comune (i classici, lo Spielberg di Soldato Ryan, Eastwood, Loach), oppure processi espressivi meticolosi che mirano volutamen-te alla rottura di queste convenzioni (ralenti, montaggio rapido, flashback, voci fuori campo e colonne sonore sconnesse dal contesto) cercando la massima estetizzazione (Pechimpah, Hong Kong e i suoi derivati, Malick, Kubrick, Tarantino). Nell'uno o nell'altro caso comunque artifici, grazie ai quali la rappresentazione non sarà mai meno forte della realtà. Violenza della rivoluzione che sovverte, della reazione che reprime, di un nudo che offende, dell'indifferenza che uccide. Quella psicologica, della coercizione dell'uomo sulla donna, del forte sul debole, del ricco sul povero, del libero sullo schiavo, del colto sull'ignorante. Quella potenziale, a salve se non innescata; quella autocompiaciuta del sadico o desiderata dal masochista. Quella complice di chi si immedesima. Quella fisica, della sopraffazione che placa il fastidio dell'insicurezza o colma i vuoti di un'esistenza. Quella meschina e vigliacca che risponde ad un fine ben preciso, magari quello del potere e del denaro. Violenza pulita e sociale, invisibile ma feroce. Violenza criminale, dell'anarchia e del nichilismo, per un sogno da inseguire, una scorciatoia da prendere; per una sofferenza troppo grande da sopportare o una coscienza ribelle e antisociale. Quella istintiva e irrazionale di chi si difende e lotta, di chi ha paura, di chi si vendica. Quella più spaventosa, la violenza folle, senza fine alcuno, direttamente dagli abissi della mente umana.
Ed anche quella di chi di fronte alla violenza chiude gli occhi, macchiandosi forse di una violenza minore, però sordida e meschina, che comunque ferisce o uccide. Ma siamo al cinema: se chiudiamo gli occhi nel peggiore dei casi abbiamo soltanto perso un buon film.

in copertina: Gomorra
Al festival di Cannes ha bucato indirettamente le difese delle nostre coscienze...
Un pensiero chiaro affiora procurando un filo di dolore: la distanza dai luoghi dove quotidianamente si consuma la distruttività, ovunque essi siano, non ci autorizza più ad occultare gli scheletri che abbiamo nei nostri armadi e dentro il nostro mondo interno...

 

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Sommario
Novembre 08/ Febbraio 09
CINEMA E PSYCHE
» Violenza del cinema, violenza nel cinema
di R. De Giorgio
L'INTERVISTA
»Giancarlo De Cataldo
di L. Falcolini
NEL FILM: CINEMA E VIOLENZA

» Il matrimonio di Lorna
di A. Aprea

» A prova di morte
di M. Vigneri
»L'autre
di L. Ravasi
» Il cavaliere oscuro
di M. D'Amelio
» Alexandra
di N Janigro
» Mystic River
di F. Troncarelli
IL PERSONAGGIO
» David Cronemberg
di P. De Silvestris
FILM CULT

» Ti do i miei occhi
di I. Senatore

APPROFONDIMENTI
» Lo schermo e l'aggressività
di A. Angelini
FILM CORTO

» Basette
di G. Caputo

L'ALTRO FILM
» Gomorra
di B. Massimilla
SOPRA LE RIGHE

» La paura mangia l'anima
di I. Senatore

ARTI VISIVE
» Corradi Bonicatti: "Dialoghi di luce"
di M. Modica
ESPERIENZE

» Eterotopia e violenza
di E. Ferreri e G. Botticella

OUTSIDER
» Anche libero va bene
di L. Chiozza

EIDOS - NEWS
» Recensioni libri
a cura di E. Ferreri ed E. Salvatorelli
» Zürich Film Festival
di Giovanni Sorge
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