"OH,
OOH! Ma questo è il grasso puzzoso Billy-Goat Billy
Boy in carne e ossa. Come ti porti tu, gonfia palla di grasso
puzzolente unto e bisunto!? Ne gradiresti una nella balle?
Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco..." (Arancia
Meccanica)
Guerra, arti marziali, cappa e spada, western, noir, thriller,
fantascienza, horror, pulp: sempre protagonista dei vari
generi, persino ispiratrice di alcune delle pagine più
comiche e grottesche della settima arte, la Violenza, quell'impulso
che da sempre accompagna l'uomo, conducendolo alle peggiori
(o più naturali) rappresentazioni di sé nel
reale, ha anche naturalmente dominato quasi un secolo delle
sue rappresentazioni cinematografiche.
C'è da rimanere confusi di fronte alla disputa tutta
intellettuale tra i critici per i quali la messa in scena
della violenza è meccanismo di superficie che destabilizza
e desensibilizza lo spettatore, aumentandone l'aggressività,
e quelli che invece ritengono le scene cruente e scioccanti
pura fantasia, simulazione che diviene metafora drammatica,
catarsi necessaria, estetica. Quale teoria prevalga non
interessa, lo sguardo curioso di Eidos è quello dello
spettatore avido d'emozioni, che subisce, s'immedesima,
si ritrae, si vergogna oppure rimane con senso di colpa
o colpevole eccitazione, profondamente affascinato. Forse
è vero la violenza genera violenza, o forse realizza
soltanto la perfetta supremazia postmoderna dell'immagine.
Certo è che nel cinema la violenza nasce sempre dalla
violenza: come infatti nei personaggi prende forma grazie
alla potenziale violenza degli attori, nella rappresentazione
s'alimenta dei fatti reali; lo spettatore infine elabora
la violenza per il sentimento stesso che riconosce in sé,
i suoi occhi pescano nell'inconscio o leggono nella memoria.
Così si riempiono col significato di violenza quei
vuoti segni di luce proiettati sullo schermo.

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| Heat Ledger nel suo ultimo personaggio:
il folle Joker de Il cavaliere oscuro |
Autori, attori e registi non sono che esseri umani e l'inevitabile
violenza dei loro segni si confonde nelle opere coi significati:
il linguaggio, il Cinema stesso diviene Violenza: musiche
forti e pressanti, dettagli ripugnanti che insistono nella
memoria, thrilling che opprime insistente e angoscia; inoltre
finali sadici o anche semplicemente oscene messe in scena
possono violentare lo spettatore pure in assenza di contenuti
violenti. Quando il linguaggio è invece strumentale
alla trama, allora troviamo schemi convenzionali di riproduzione
della realtà, che seguono gli stereotipi di genere
e mirano a naturalizzare il contenuto per somigliare al
reale percepito dal senso comune (i classici, lo Spielberg
di Soldato Ryan, Eastwood, Loach), oppure processi espressivi
meticolosi che mirano volutamen-te alla rottura di queste
convenzioni (ralenti, montaggio rapido, flashback, voci
fuori campo e colonne sonore sconnesse dal contesto) cercando
la massima estetizzazione (Pechimpah, Hong Kong e i suoi
derivati, Malick, Kubrick, Tarantino). Nell'uno o nell'altro
caso comunque artifici, grazie ai quali la rappresentazione
non sarà mai meno forte della realtà. Violenza
della rivoluzione che sovverte, della reazione che reprime,
di un nudo che offende, dell'indifferenza che uccide. Quella
psicologica, della coercizione dell'uomo sulla donna, del
forte sul debole, del ricco sul povero, del libero sullo
schiavo, del colto sull'ignorante. Quella potenziale, a
salve se non innescata; quella autocompiaciuta del sadico
o desiderata dal masochista. Quella complice di chi si immedesima.
Quella fisica, della sopraffazione che placa il fastidio
dell'insicurezza o colma i vuoti di un'esistenza. Quella
meschina e vigliacca che risponde ad un fine ben preciso,
magari quello del potere e del denaro. Violenza pulita e
sociale, invisibile ma feroce. Violenza criminale, dell'anarchia
e del nichilismo, per un sogno da inseguire, una scorciatoia
da prendere; per una sofferenza troppo grande da sopportare
o una coscienza ribelle e antisociale. Quella istintiva
e irrazionale di chi si difende e lotta, di chi ha paura,
di chi si vendica. Quella più spaventosa, la violenza
folle, senza fine alcuno, direttamente dagli abissi della
mente umana.
Ed anche quella di chi di fronte alla violenza chiude gli
occhi, macchiandosi forse di una violenza minore, però
sordida e meschina, che comunque ferisce o uccide. Ma siamo
al cinema: se chiudiamo gli occhi nel peggiore dei casi
abbiamo soltanto perso un buon film.
| in copertina:
Gomorra
Al festival di Cannes ha bucato indirettamente
le difese delle nostre coscienze...
Un pensiero chiaro affiora procurando un filo di dolore:
la distanza dai luoghi dove quotidianamente si consuma
la distruttività, ovunque essi siano, non ci
autorizza più ad occultare gli scheletri che
abbiamo nei nostri armadi e dentro il nostro mondo
interno...
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